Settembre 24, 2026

Niguarda, il cartello che discrimina: perché chiedere i documenti ai pazienti stranieri è una violazione dei diritti

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All’ingresso del pronto soccorso dell’ospedale Niguarda di Milano è comparso un cartello in italiano, inglese e arabo. Il messaggio, rivolto esplicitamente ai cittadini stranieri, è chiaro e allarmante: “Chi si rifiuta di fornire le proprie generalità potrà essere identificato con l’intervento delle forze dell’ordine.”

Un avvertimento che, al di là della forma burocratica, assume un tono intimidatorio. Ma soprattutto: è illegittimo.

Il diritto alla salute è universale. Anche per chi non ha documenti

La vicenda ha preso rilievo pubblico dopo che un cittadino del Gambia, giunto due volte al pronto soccorso nei giorni 9 e 14 giugno, si è visto richiedere i documenti. Al suo rifiuto, gli è stato mostrato il cartello e gli è stato detto che, in assenza di identificazione, sarebbe stata avvisata la polizia.

Questo comportamento viola apertamente l’articolo 35 del Testo Unico sull’Immigrazione (D.Lgs. 286/1998), che tutela il diritto alle cure urgenti e essenziali per tutti i cittadini stranieri, anche privi di permesso di soggiorno.

Art. 35, comma 3:

“L’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non comporta alcun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto.”

Questa norma non è una concessione di “umanità”, ma una scelta consapevole dello Stato italiano, che riconosce nella salute un diritto individuale e un bene collettivo. La salute, dunque, non può e non deve essere subordinata allo status giuridico di chi chiede aiuto.

Quando la burocrazia diventa barriera: un cartello che scoraggia, non informa

A un primo sguardo, il cartello può sembrare un semplice avviso amministrativo. In realtà, il messaggio che trasmette è pesante: “Se non hai documenti, potresti essere denunciato.” Un segnale che rischia di allontanare le persone più vulnerabili dal sistema sanitario, innescando un effetto domino gravissimo:

• Rinuncia alle cure, anche in situazioni di emergenza.

• Peggioramento delle condizioni di salute individuali.

• Maggiore rischio sanitario per l’intera collettività.

Un messaggio sbagliato, in un luogo sbagliato

Un ospedale pubblico è – e deve essere – uno spazio di cura, accoglienza e tutela. Inserire in quel contesto un cartello che minaccia l’intervento della polizia mina la fiducia nella sanità e rischia di disumanizzare il rapporto tra medico e paziente.

Come ha osservato l’avvocato Paolo Oddi, esperto di diritti dei migranti:

“Quel cartello è chiaramente rivolto ai cittadini stranieri e crea un clima di sospetto. Ma soprattutto è in contrasto con quanto previsto dalla legge.”

Integrazione vuol dire accesso. E accesso vuol dire salute per tutti

Questo episodio mette in luce una verità scomoda: l’integrazione non si fa solo con le leggi, ma con la cultura istituzionale. Se un ospedale, luogo per eccellenza del diritto alla vita, viene percepito come un rischio per chi è più fragile, allora qualcosa nel sistema è malato.

La Costituzione italiana (art. 32) definisce la salute come un “diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività”. Negarlo, anche solo parzialmente o indirettamente, significa negare una parte dell’identità democratica del nostro Paese.

Cosa chiediamo

1. La rimozione immediata di quel cartello.

2. Un’indagine interna da parte dell’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda.

3. Formazione per tutto il personale sanitario su diritti e accesso alle cure.

4. Una presa di posizione pubblica da parte della Regione Lombardia e del Ministero della Salute.

Conclusione

La sanità non è un presidio di controllo. È un presidio di cura.

E il diritto alla cura non può avere confini.

Il cartello del Niguarda ci ricorda che il razzismo può assumere anche la forma di una stampa plastificata su una parete. Ma ci ricorda anche che è nostro dovere vigilare, denunciare e difendere ogni diritto, soprattutto quelli che qualcuno prova a comprimere nel silenzio.

Perché se il diritto alla salute viene messo in discussione per qualcuno, prima o poi sarà in discussione per tutti.